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martedì 9 giugno 2026

Recensione del libro "Anima" di Wajdi Mouawad

Ogni volta che ripenso al titolo del libro ho sempre il dubbio che sia animali e non anima. Perché la caratteristica che salta fuori sin dall'inizio è che la vicenda è narrata interamente, o quasi, da degli animali. Piccola premessa: in questa recensione troverete qualche anticipazione sulla trama, a mio parere poco significativa, ma se avete intenzione di leggere il libro e volete godervelo senza spoiler non andate oltre. All'ultimo poi ci sarà una vera e propria anticipazione del finale, preceduta da un avviso esplicito di spoiler alert.

La narrazione fatta dal punto di vista degli animali è una bella trovata perché alleggerisce il racconto, lo arricchisce di particolari curiosi e rende più intrigante la trama.
Quello che inizialmente può sembrare un giallo diventa rapidamente qualcos'altro: l'assassino viene scoperto velocemente e il racconto si trasforma in un viaggio sia fisico che mentale che il protagonista si ritrova ad affrontare, un on the road in un'America a tratti allucinante dove il protagonista scava nel suo passato alla ricerca di una scomoda, anzi terribile verità.
Spoiler alert: da qui in avanti parlerò più esplicitamente di alcuni aspetti cruciali della trama. 
Fa impressione pensare che sono passati 44 anni dalla strage di Sabra e Shatila e ancora quei territori sono martoriati dalla guerra e dalla violenza. Il protagonista, da bambino miracolosamente sopravvissuto alla strage, riesce infine a ricostruire quello che è realmente accaduto in quei giorni rivelando l'agghiacciante verità sul ruolo avuto da quello che lui ha sempre chiamato papà. 
Ecco, il libro mi è piaciuto, anche le scene di estrema violenza in esso contenute non sono forzate o esagerate; bello il viaggio attraverso paesi e paesaggi di un'America poco conosciuta, intrigante la presenza degli indigeni americani coi loro consigli e la loro saggezza antica, gradevole la narrazione del punto di vista degli animali, però... C'è un però. È solo una mia impressione personale, ma per tutto il libro non sono riuscito ad afferrare la vera anima del protagonista: un uomo disperato, a cui hanno brutalmente ucciso la moglie e il figlio che aveva in grembo, insegue l'assassino ma non per vendicarsi. Un uomo che da bambino ha subito un trauma terribile, che finalmente scopre la verità su quello che è accaduto invece di cercare una qualche riconciliazione con se stesso, con il suo passato e con la sua vita presente, cosa fa? Si vendica del padre, e pianifica la vendetta per filo e per segno curandone i particolari per fargli rivivere le sofferenze che all'epoca il padre aveva inflitto a lui e alla sua famiglia di origine. Una scena in pieno stile antico-testamentario "occhio per occhio, dente per dente" dove la vendetta e la totale assenza di perdono non fanno che perpetrare una violenza senza fine. Il fedele specchio, d'altronde, di quella che è la situazione in medioriente ormai da ottant'anni a questa parte. 
La mia domanda finale è dunque: a che pro uccidere il padre? A che serve la vendetta? Lenisce in qualche modo il dolore o ti lascia ancora di più nella cupa disperazione? 

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